Il contesto: un’Assemblea generale segnata dall’isolamento diplomatico
Il 26 settembre 2025 Benjamin Netanyahu ha preso la parola all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in un clima teso: oltre cento delegati hanno lasciato l’aula in segno di protesta, mentre fuori dall’edificio di New York si sono svolte manifestazioni pro-palestinesi. Il premier ha attaccato con durezza le recenti scelte di vari Paesi occidentali — fra cui Regno Unito, Francia, Canada e Australia — di riconoscere lo Stato di Palestina, definendole un “marchio d’infamia” e un incentivo alla violenza dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
La tesi centrale: “finire il lavoro” a Gaza e nessuna concessione sullo Stato palestinese
Nel discorso, Netanyahu ha ribadito la linea massimalista: distruzione di Hamas a Gaza, rifiuto di una soluzione a due Stati nell’attuale congiuntura (“follia pura”, il senso del passaggio) e difesa delle operazioni militari respingendo le accuse di genocidio. Il premier ha paragonato l’ipotesi di uno Stato palestinese nei pressi di Gerusalemme alla creazione di uno Stato per al-Qaeda vicino a New York dopo l’11 settembre, a sottolineare — nella sua narrativa — la natura “terroristica” del nemico.
La scelta comunicativa: un QR code e la campagna “Ricorda il 7 Ottobre”
L’elemento più studiato della messa in scena è stato un pin con un nastro giallo e un QR code appuntato sulla giacca del premier. Scansionandolo si approda a una pagina che raccoglie materiali sul 7 ottobre 2023 — video, testimonianze, cronologie — con l’obiettivo di ancorare il dibattito internazionale all’origine del conflitto e alla sorte degli ostaggi. La campagna, declinata anche su maxi-schermi a Times Square e su camion vela, mira a “ri-centralizzare” il 7/10 nella conversazione pubblica globale.
“Rilascio del materiale del 7 ottobre”: cosa significa, cosa c’è di nuovo
La strategia di “public diplomacy” israeliana non nasce all’ONU ma vi defluisce: da mesi uffici governativi e forze armate hanno mostrato a giornalisti e diplomatici selezioni di immagini e filmati dei massacri del 7/10, spesso montati in un documentario di 47 minuti proiettato in sessioni a inviti; la diffusione integrale è stata limitata per l’elevata crudezza dei contenuti. Nelle settimane precedenti al discorso, l’ufficio del premier ha pubblicato anche clip inedite di CCTV e body-cam (ad esempio un video del 30 agosto 2025 relativo a un attacco a Netiv Ha’asara), segnando un “nuovo rilascio” di materiali che alimenta l’archivio a cui rinvia anche la campagna del QR.
Che cosa cambia con l’ONU: portare questa narrativa dentro la cornice simbolica più alta della diplomazia multilaterale — e legarla a un oggetto “scansionabile” in diretta tv — fa parte di una scelta di framing: riportare il focus sulle atrocità del 7/10 mentre l’opinione pubblica internazionale si concentra in misura crescente sul costo umano della guerra a Gaza. Stime citate in queste ore dai media internazionali parlano di oltre 65–66 mila morti a Gaza secondo le autorità sanitarie locali — numeri che alimentano pressioni politiche su Israele e spiegano, in parte, i walk-out in sala.
Ricezione e contro-narrazioni
In aula e nelle capitali: l’uscita di scena di molti delegati e la platea semivuota sono state lette come segnale di isolamento. I governi che hanno riconosciuto la Palestina difendono la scelta come sostegno concreto alla soluzione a due Stati e come leva per un processo politico; Netanyahu la bolla invece come “premio alla violenza”.
Nell’ecosistema mediatico: l’uso di oggetti di scena (mappe, badge, QR) è ormai un tratto distintivo delle performance del premier all’ONU, progettate per generare immagini virali e “call to action” digitali.
I nodi politici lasciati in sospeso
Pur in un registro assertivo, il discorso ha eluso alcuni dossier sensibili per l’alleanza di governo: non vi è stata enfasi su possibili annessioni in Cisgiordania, tema caro all’ala più a destra ma respinto anche dall’ex presidente USA Donald Trump. Il premier ha però legato qualsiasi orizzonte politico alla resa di Hamas e alla liberazione degli ostaggi, lasciando intendere che canali indiretti di negoziato restano aperti.
Analisi: perché “rilasciare materiale” adesso
Agenda-setting: la sequenza QR-campagna-nuovi video sposta l’attenzione dall’andamento della guerra agli orrori originari del 7/10, cercando di ricompattare consensi erosi dai costi umanitari del conflitto.
Legittimazione dell’uso della forza: l’archivio di prove visuali serve a reiterare la cornice di “legittima difesa” e a controbattere accuse di crimini di guerra/genocidio.
Pressione negoziale su Hamas: mostrare violenze e ostaggi mantiene alta la pressione psicologica e diplomatica sugli interlocutori indiretti (Qatar, Egitto, USA) per uno scambio o cessate il fuoco condizionato.
Politica interna: in vista di una stagione politica complessa, la “memoria attiva” del 7/10 ha anche una funzione di coesione domestica intorno alla leadership del premier. (Inferenza analitica supportata dal contesto delle fonti sopra.)
Che cosa guardare ora
Evoluzione del fronte ONU: se e come il riconoscimento di uno Stato palestinese acquisterà massa critica dentro l’Assemblea e nelle agenzie, e con quali effetti pratici.
Dossier ostaggi: eventuali segnali concreti dopo l’ultimatum lanciato da Netanyahu (“resa e rilascio, o conseguenze”).
Narrativa digitale: l’ulteriore apertura dell’archivio del 7/10 (nuove clip, traduzioni, sottotitoli, partnership media) e la risposta delle piattaforme alle immagini più cruente.