La Fine di Giovanni LEONE

Napoletano classe 1903, Leone è un uomo impegnato. Anche politicamente: il fratello minore Carlo, anch’egli tra i maggiorenti della Democrazia Cristiana nel Mezzogiorno, diviene nel 1970 presidente della Regione Campania. Nella vita civile è un avvocato e un giurista di chiara fama. Si deve in buona parte a lui la redazione del Codice della Navigazione del 1942, di cui studia e realizza tutta la sezione riguardante la responsabilità penale. Insegna Diritto Penale e Procedura Penale a Camerino, Messina e Bari dove tra l’altro accoglie come assistente un giovane Aldo Moro. Durante la guerra è ufficiale ausiliario della giustizia militare e in questa veste si segnala per la scarcerazione da lui firmata di 49 antifascisti subito prima dell’occupazione tedesca della città di Napoli. Dedicatosi all’attività forense, è protagonista in vari processi scatenando varie polemiche: difende i vertici della SADE nel processo del Vajont; difende il bancarottiere Felice Riva nella causa per il fallimento del cotonificio Vallesusa – l’erede della grande fortuna brianzola scapperà in Libano per sottrarsi alla carcerazione; un altro assistito eccellente di Leone è Nino Rovelli, il re della chimica, che finisce nel mirino della Cassa del Mezzogiorno con l’accusa di aver impiegato in maniera fraudolenta dei fondi pubblici.

Non è una presidenza facile, quella di Giovanni Leone. Nel 1971 la corsa al Quirinale vede come favorito Amintore Fanfani ma dopo poche tornate il nome dello statista toscano esce dal lotto impallinato dai franchi tiratori nel suo stesso partito, la Democrazia Cristiana. Lo spettro di una presidenza socialista, affidata al riformista De Martino, agita i sonni dei maggiorenti della Balena Bianca che cercano in ogni modo di riprendersi il Quirinale dopo il settennato di Saragat. Anche a costo di sacrificare la dottrina-Moro, rinnegando dieci anni di centro-sinistra per sfondare al centro e pure a destra. Leone diviene presidente alla vigilia di Natale del 1971, dopo aver fallito la prima chiamata per un solo voto: decisive sono le preferenze di deputati e senatori del MSI che gli accordano fiducia. Un segnale che a molti in Parlamento non piace e che sarà foriero di brutti presagi.
 
La presidenza Leone è funestata da uno dei periodi storici peggiori per la Repubblica. Le stragi di Peteano, di Piazza della Loggia, dell’Italicus; la deflagrazione della violenza delle Brigate Rosse che culmina nel sequestro e nell’assassinio di Aldo Moro; l’inquinamento istituzionale della P2; gli scandali ENI-Petromin e Lockheed. Proprio quest’ultimo fatto, una maxitangente versata dal colosso americano per convincere alcuni politici italiani ad avallare l’acquisto di aerei militari da trasporto, costituisce il primo colpo al cuore di Leone. La carta stampata rivela la presenza negli appunti dell’azienda statunitense di due nomi in codice relativi a personaggi che avrebbero intascato le tangenti per pilotare la scelta della fornitura. Se su “Pun” ci sono pochi dubbi e tutti indicano il generale dell’Aeronautica Duilio Fanali, su “Antelope Cobbler” si scatena la fantasia: c’è chi sospetta di Mariano Rumor, chi di Aldo Moro. Ma una tesi particolare suggerisce un errore di trascrittura, non sarebbe “Antelope Cobbler” ma “Antelope Gobbler”, cioè divoratore di antilopi, animale che ha nel leone della savana il proprio predatore naturale. Il presidente, già sottoposto ad una campagna scandalistica per alcune foto della moglie ritratta ubriaca ed in pose equivoche in vacanza in Grecia, è ormai il bersaglio preferito di molti critici. A cominciare da Mino Pecorelli, la cui velina “OP” distribuita solo a selezionatissimi abbonati tra industriali, militari e politici alimenta i sentimenti negativi nei confronti dell’inquilino del Quirinale.
 
Leone resiste, supera momentaneamente la bufera: a pagare per la Lockheed alla fine saranno i ministri Gui e Tanassi, messi in stato d’accusa dal Parlamento. Ma il presidente non sa che si sta preparando il peggio. Il 16 marzo 1978 le BR compiono una strage in via Fani a Roma, uccidono cinque agenti di Polizia e rapiscono Aldo Moro: la data non è casuale, quel giorno si deve presentare alle Camere il quarto governo Andreotti, il primo con l’appoggio esterno del PCI. Nei 55 giorni di tensione che intercorrono tra il rapimento ed il ritrovamento del cadavere in via Caetani, Leone si oppone al Governo ed al comitato dei saggi dominato dalla P2 per proporre una risoluzione tramite la grazia presidenziale ad una brigatista (Paola Besuschio). I funerali di Moro si trasformano nell’anticamera dell’inferno per Leone che torna al centro delle critiche e dell’obiettivo della stampa, tanto che la pubblicazione di un libro su presunte malefatte del clan presidenziale coglie alla sprovvista persino la DC. Leone si sente abbandonato: quando il suo partito si oppone alla sua richiesta di procedere per vilipendio contro la giornalista Camilla Cederna, capisce di essere prossimo al capolinea.
La mattina del 15 giugno 1978 Giovanni Leone organizza una intervista esclusiva da diramare all’ANSA, vuole chiarire la sua posizione in merito alle tante accuse che gli vengono mosse, dalla Lockheed all’affaire Moro. Forse è uno sfogo, forse è solo l’ultima carta da giocare. Il presidente “ncazzato” informa i vertici del suo partito dell’iniziativa, farà avere loro il testo dell’intervista all’ora di pranzo, prima che venga pubblicata a metà pomeriggio. Quando Zaccagnini ed Andreotti leggono quelle righe capiscono che non c’è più nulla da fare. Ma non può essere la DC a sconfessare il suo presidente, così il capo del Governo invia la velina in via delle Botteghe Oscure, a Luigi Berlinguer. Il sardo va su tutte le furie, non crede ai suoi occhi: il presidente è andato ben oltre i limiti, deve andarsene. Il pomeriggio di quel 15 giugno Leone si chiude nel suo studio al Quirinale. Riceve alcune telefonate, parla con pochi consiglieri, rifiuta il contatto con la stampa se non per annullare la pubblicazione dell’intervista con l’ANSA. Alle 20:10 il suo volto stanco appare in televisione, in pochi minuti annuncia le sue dimissioni e la supplenza del presidente del Senato Amintore Fanfani.
 
Il tempo dirà che Giovanni Leone non fu poi un presidente così malvagio. Capitò in un periodo delicato e fu sottoposto a troppe pressioni, pagando a caro prezzo alcune amicizie ed alcuni appoggi da parte di settori politici ed imprenditoriali chiacchierati. La crisi istituzionale aperta si risolverà solo alcune settimane più tardi con l’epilogo migliore, l’elezione di Sandro Pertini con la più ampia maggioranza mai registrata nella storia repubblicana. Spetterà al vecchio combattente rimettere insieme i cocci della traballante Repubblica ridandole dignità ed infondendo fiducia ai cittadini.
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